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La municipalizzazione dell’azienda e, soprattutto, la distribuzione diurna dell’energia elettrica richiedeva l’utilizzo delle tre unità produttrici esistenti in azienda in contemporanea ad una batteria di accumulatori. Per tale progetto il Comune aveva bisogno di soldi. Tra le varie leggi, si scoprì che una legge del 1903 sulla municipalizzazione dei servizi pubblici, dava la possibilità di procurarsi i fondi necessari contraendo mutui con la Cassa Depositi e Prestiti ad un tasso del 4,5% e con durata di 50 anni.
L’amministrazione fu realmente intenzionata ad usufruire di tale opportunità. Avvalendosi di un mutuo di quattrocentomila lire, avrebbe concluso , una volta per tutte, il riscatto dalla ditta Barone e avrebbe affrontato la spesa fondamentale per il perfezionamento dell'officina elettrica. Per ragioni di carattere finanziario non fu possibile per il comune la gestione della azienda elettrica, e proprio per questo fu avanzata la proposta di istituire un Azienda Speciale, guidata da una commissione amministratrice. Esattamente un anno dopo, nel 1905, fu presentato il primo bilancio della neonata azienda con un utile netto di quasi 50.000 lire.
Ben presto l’euforia del bilancio si spense per il riaffiorare dei problemi con i fratelli Barone, i quali si rifiutavano di accettare l’indennità offerta loro dal comune del valore di 295.400 lire. Al fine di risolvere la controversia, il Comune ricorse all’istituto dell’arbitrato, nominando arbitro di parte l’avv. Giannetto Casavola. Il collegio arbitrale non poté comunque costituirsi perché i fratelli Barone, temendo pregiudizi, intesero causa al Comune ritenendo che la somma offerta dal comune come indennità di riscatto fosse inferiore a quella che si sarebbe determinata sulla base del contratto d’appalto. Ma anche questa volta le parti, essendo proseguite le trattative, raggiunsero un accordo sulla indennità dovuta, calcolandola al valore di 400.000 lire pagabile in un anticipo di 300.000 all’atto della consegna dell’azienda e 100.000 in rate da 12.483 comprensive di interessi. All’accordo da parte del comune fu aggiunta una clausola che recitava: ” Per il tempo trascorso dalla data dell’accordo a quella della consegna effettiva dell’azienda, la ditta Barone pagava una penale di 1792 lire mensili come deterioramento materiale e mancato utile al comune”.
L’azienda fu ufficialmente consegnata nelle mani della prima commissione amministratrice con presidente l’avv. Consalvo Palombo il primo novembre del 1908, esattamente 13 mesi dal compromesso. Si chiuse così una vicenda poco felice nella vita amministrativa di Trani, durata oltre quindici anni.
La vita dell’Azienda iniziò il primo novembre 1908 e, a dimostrazione di quanta fiducia la cittadinanza vi riponeva, ci fu un aumento smisurato delle richieste di utenza privata. In questi primi anni del Novecento, anche Trani mostrò una cornice simile a quella di tante altre realtà provinciali e cittadine del tempo: strade libere da automobili, ragazzi con cappellini da monelli, sporchi ma felici, a metà strada tra i "colleghi - cugini" scugnizzi napoletani e le "simpatiche canaglie" americane. Non mancavano, per le strade tranesi da poco illuminate dai lampioni della neonata Azienda elettrica municipale, alcune figure classiche per quegli anni: distinti signori, seriosi e attempati, con "bombetta", gilet o soprabito e lungo cappotto scuro.
Furono gli anni in cui Palazzo di Città si trovava in Piazza Cesare Battisti, nella quale passeggiavano contadini vestiti come nei romanzi di Giovanni Verga e le guardie sostavano vigili e rassicuranti, pronte a scattare in caso di pericolo o a rincorrere qualche ladruncolo, come in una pellicola di Charlie Chaplin. L’AEM intanto programmò sia l’ampliamento della pubblica illuminazione, sia l’allargamento dell’officina di produzione, senza trascurare la progettazione degli uffici, della presidenza e degli alloggi per il portiere. Il progetto, redatto dal capo ufficio tecnico del Comune ing.Ettore Piccalunga, riprese la soluzione architettonica proposta dall’ing. Molinelli nel 1888. I lavori di muratura vennero affidati alla ditta Gargano di Barletta mentre le opere di falegnameria a Paolo Vania di Trani. La nuova sede fu ultimata in tempi brevi, tanto che già nei primi mesi del 1913 l’Azienda utilizzò i nuovi ambienti. Ampliato anche il servizio di pubblica illuminazione, una dopo l’altra le varie zone della città furono dotate di impianti. Nel marzo del 1913 fu illuminata la zona, oggi piazza della Repubblica, e durante l’estate fu illuminata tutta la zona porto mentre il faro fu elettrificato un anno dopo.
Alle porte del primo conflitto mondiale si presentarono le prime difficoltà nell’approvvigionamento del carbone. Tali difficoltà furono in un primo momento superate con l’utilizzo della “sansa esausta” per alimentare le caldaie ma che si ripresentarono con l’aumento vertiginoso del prezzo della sansa. La commissione decise di limitare l’erogazione dell’energia sospendendola dalle 13 alle 17 di tutti i giorni fino alla fine della guerra, decisione sofferta ma necessaria. Dalla fine della guerra e fino all’inizio del nuovo conflitto mondiale, la vita della Azienda si svolse all’insegna dell’ordinaria amministrazione.
Durante gli anni del secondo conflitto mondiale, l’AEM si trasformò da produttrice di energia a distributrice di corrente. Ciò fu necessario per le continue difficoltà nell’approvvigionamento del combustibile per alimentare le caldaie e quindi produrre vapore per far girare le grosse dinamo, ma soprattutto per l’acquisto del materiale occorrente per il funzionamento della centrale termica. Per l’attuazione di questa trasformazione si allacciarono contatti con la Società Generale Pugliese di Energia per l’acquisto di energia idroelettrica. La SGPE a fronte della fornitura di energia per un periodo di quindici anni, pretese il riscatto dell’Azienda tranese, clausola che grazie all’intervento dell’ing. Carati delegato dalla Federazione Nazionale delle Aziende Municipalizzate, fu annullata.
Nel 18 novembre 1941 si stipulò una prima concessione, seppur provvisoria di 200 KW. AEM diventata solo distributrice e non più produttrice di energia, alienò i macchinari e le attrezzature ormai inutilizzabili. Così dopo doverosa perizia tecnica eseguita dall’ing. Vincenzo Boccassini per la determinazione del giusto prezzo dei macchinari da cedersi, questi furono ceduti alla ditta Marte di Genova al prezzo complessivo di 13.500.000.
 Piazza Longobardi già dotata di colonne in ghisa per l'illuminazione pubblica (1910-12)
Lo smantellamento della centrale termica causò malcontento in una parte della cittadinanza, non solo perché si eliminò quello che fu definito il fiore all’occhiello della città, ma soprattutto perché la Società Generale Pugliese non distribuiva energia quotidianamente. Per questi motivi a meno di sei mesi dallo smantellamento, si ipotizzò la costruzione di una nuova centrale termoelettrica. Dopo una riunione a cui partecipò anche il sindaco, si concluse che prima di ogni decisione in merito alla nuova centrale, fosse indispensabile interpellare la Società Pugliese di energia per sapere se e a quali condizioni fosse disposta a fornire energia con potenze superiori al contratto vigente, e di contro stabilire il costo dell’energia prodotta termicamente.
Il sindaco costituì un collegio di periti per raccogliere dati utili al fine di valutare l’opportunità del ripristino della centrale termica. Il collegio si espresse negativamente circa la convenienza da parte del Comune di Trani di affrontare una spesa di oltre 100.000.000 di lire per la ricostituzione della centrale termica, per produrre energia ad un costo più alto di quello acquistabile dalla Società Pugliese in forza del contratto del 18 novembre 1941, e visto l’incremento di richiesta di energia, consigliò l’Amministrazione ad iniziare trattative con la Società Pugliese per una proroga del contratto ed un aumento di potenza. Nel 1968 su istanza del direttore del carcere femminile, fu abbattuta la canna fumaria della centrale termica alta più di 40 metri che sancì il definitivo smantellamento della centrale. |
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